La ricetta è un opinione
La ricetta è un opinione

La ricetta è un opinione

Una ricetta ha lo stesso valore di un’opinione. È sempre soggettiva, anche quando questa viene condivisa da non poche altre persone.

“Ogni conoscenza umana è incerta, inesatta, parziale; ed io non ho trovato argomenti per controbattere, neppure parzialmente, questa tesi”. – Bertrand Russell

Se provassimo ad applicarla nell’universo delle ricette si scatenerebbero risse e litigi verbali a non finire.

Cercare ancore nel passato, nel trapassato remoto, nella notte dei tempi dove attraccare la nostra barca-opinione è sempre uno sforzo illusorio. Andando molto indietro nei secoli si scoprono usi e costumi nel far da mangiare che riproposti oggi servono soltanto all’ego del nuovo cuoco di casa o dello chef che si appresta a tentare di riprodurle.

Gli ingredienti “cambiano pelle” in continuazione, seguendo la natura e i tanti errori dovuti alla non conoscenza e artifici degli uomini.

Ma è di questi ingredienti che si dovrebbe conoscere almeno un po’ la loro natura, prima di parlare di ricette in generale.

E prim’ancora di geografia, del clima, del metodo coltivazione dove gli ingredienti vengono prodotti.

Si fanno ricette con quello che troviamo nel mercato e negli scaffali dei negozi. E questo ci lascia sempre con un punto di domanda: chi ha prodotto questo, da che seme è stato ottenuto questo pomodoro, questo grano, questi cereali? Per non parlare del mondo animale.

Per esempio sappiamo che la carne di animali cresciuti allo stato brado è più ricca di tutto quello di cui avremmo bisogno in generale se confrontata con quella di animali cresciuti nelle stalle.

Ma anche questa, per tornare a Russell è un’opinione.

Sono tante invece le variabili che incidono sul risultato finale. Il mondo che abitiamo è contraddistinto da una complessità grande come l’universo. Noi stessi non siamo più gli stessi di anche soltanto una generazione fa.

Quello che potremo affermare è che questo pomodoro l’ho coltivato partendo dal seme, nel mio campo, con la mia acqua di sorgente, non ho utilizzato concimi chimici, ma soltanto pupù di cavallo. Il risultato ottenuto dipenderà da un infinito numero di variabili naturali e quindi sarà unico e irripetibile.

Se invece si coltiverà in serra avremo un pomodoro con caratteristiche chimico fisiche riconducibili alle azioni dell’uomo attuate in serra.

Due mondi che non s’incontreranno mai e che avranno risultanze assai diverse dal punto di vista della trasformazione nella cottura e per la presenza dei costituenti naturali del primo e della loro quasi assenza nel secondo.

Quindi, dopo questa premessa che serve soltanto ad accendere una sana riflessione sul bla bla bla delle ricette migliori e tradizionali, vengo a una ricetta che mi è particolarmente cara:

pane di un giorno con pomodoro “stropicciato”, olio extra vergine di oliva e due cristalli di sale se ci piace.

Il pane è parte della nostra esistenza fino dalla notte dei tempi. Oggi si trova prodotto in tanti modi diversi e con altrettante ricette. Noi lo preferiamo senza sale e con alveoli dalla grandezza media. Prodotto con farina di grani antichi semi integrale, pasta madre, olio extra vergine di oliva italiano, niente lieviti.

Appena sfornato lo si lascia riposare un giorno.

Per questa ricetta, si taglia a fette alte 15 mm e se si desidera si passano appena sul tostapane o nel forno. Si apre il pomodoro a metà e lo si “stropiccia” sulla superficie della fetta. Si aggiunge l’olio extra vergine di oliva italiano servendosi di un cucchiaio da minestra. Uno è sufficiente, ma per coloro che hanno una certa dipendenza per questa bontà meglio due, così alla fine ecco il piacere della scarpetta.

Si distribuisce sulla superficie insieme a qualche cristallo di sale.

Io lo preferisco senza, ma questa è un’opinione.

Questa ricetta ha pochi competitori per semplicità, freschezza, armonia di sapori, di colori e profumi. Per l’alta digeribilità e qualità nutritive generali. Si beve sempre un bicchiere di acqua naturale, non frizzante.

Una variante golosa è aggiungere sopra la fetta del buon prosciutto.  Potrei definirla una magia, ma in realtà è molto di più. È la conoscenza consapevole del Buono. Provare per credere.

L’esclamazione “Che Buono”, utilizzata al posto del “Mi Piace”, dato a taluni alimenti prodotti con ingredienti di scarsa qualità, aiutati con la chimica e aromi naturali, è un errore grave.

Un alimento deve essere definito Buono quando è Naturale, Genuino, Autentico, non artefatto dall’uomo.

Un uso corretto della nostra lingua italiana nelle relazioni e ancora di più nel conoscere gli alimenti,  permette di scegliere con più attenzione ciò che ci fornisce nutrimento naturale e di certo consumare cibo naturale.

Viva la libertà.

GG

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Naturale. Bello. Integrale. E così sia.